F.A.I.

Federazione delle associazioni

Antiracket e antiusura Italiane

DOCUMENTO

Approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007

svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC.

Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione

svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30.

Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso

dell’incontro del 7 giugno ore 19.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 1

1.

Liberare l’economia e le imprese dai condizionamenti mafiosi è una necessità a cui l’Italia non può più sottrarsi. Il fatto che in un quarto del nostro Paese non esista libertà d’impresa, che chiunque voglia fare impresa è chiamato a confrontarsi con le varie mafie e con le regole da esse "stabilite" nel mercato, che in conseguenza di questo dato è del tutto insignificante l’afflusso di investimenti esterni al Mezzogiorno e la normale circolazione di uomini e capitali; questo pezzo di Paese, per responsabilità delle mafie, rischia di diventare il più grave handicap per l’Italia.

Oggi, nel momento in cui si sono allargati i mercati, è a rischio la capacità dell’Italia di concorrere sui mercati mondiali e di confrontarsi con gli altri Paesi. I condizionamenti mafiosi nelle loro varie forme (il pizzo, l’imposizione di forniture, di servizi, di manodopera, ecc.) non rappresentano solo fatti penalmente rilevanti; costituiscono una gravissima questione economica e sociale con pesanti conseguenze anche sui complessivi equilibri economici del Paese. Pensiamo per un momento se gli stessi valori del PIL possono avere un senso in contesti segnati da una generalizzata sommersione dell’economia, garantita dalla mafia; oppure al tragico fenomeno dei morti sul lavoro in un sistema dove "il nero" consente di sottrarsi a ogni misura di sicurezza; oppure, ancora, al devastante, e purtroppo assolutamente sottovalutato, diffondersi di un’economia parallela, ma sovrapposta alla legale, costituita dal riciclaggio di proventi illeciti.

Per queste ragioni, rispetto ai decenni passati, oggi l’iniziativa antimafia assume significati diversi: non più solo la repressione di odiosi delitti, ma l’eliminazione della principale patologia italiana. Vi è una necessità nuova per consentire l’allineamento del Paese ai livelli di normalità economica degli altri partner europei.

2.

Che serve fare, allora? Bisogna che, a partire da chi governa, si abbia il coraggio di porre la centralità della lotta alla mafia nelle agende di ognuno, e a partire dai dicasteri economici.

Per quanto riguarda il contrasto ai condizionamenti mafiosi alle imprese, la FAI ritiene di indicare due grandi obiettivi strategici. Il primo è quello di riuscire ad allargare la resistenza degli imprenditori e far crescere significativamente il numero delle denunce.

Assistiamo ormai da tempo ad un costante calo delle denunce sia per usura che per estorsione; sappiamo tutti bene che questi dati indicano una tendenza negativa nel rapporto di fiducia delle vittime con le istituzioni e che non può esserci un’efficace

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 2

azione di contrasto senza le denunce. Rispetto a questa situazione, che costituisce il problema fondamentale e non uno dei tanti, in questi mesi non abbiamo registrato né un tentativo di comprensione delle ragioni di un così perdurante dato negativo né l’avvio di una strategia per invertire questa tendenza.

Si possono dare giudizi su tanti singoli fatti, ma c’è per noi un "metro" fondamentale per misurare i risultati: è quello che registra la crescita delle denunce e delle associazioni, questa è la nostra unità di misura.

Purtroppo rispetto a questo fondamentale tema dobbiamo registrare un vuoto strategico.

Una cosa deve essere preliminarmente chiara a tutti: senza un credibile orizzonte politico l’azione di ognuno di noi, sia nell’associazionismo sia nelle istituzioni, sarà condannata alla pratica del giorno per giorno, alla rincorsa di eventi e fatti, alla ricerca di una vacua visibilità. Siamo tutti destinati a perdere in incisività. I fenomeni saranno solo "accarezzati" o se va bene aggrediti dentro limitati confini territoriali.

Attenzione a non compiere un gravissimo errore di valutazione: il problema di far crescere le denunce e le associazioni non può essere delegato in maniera esclusiva alle associazioni, è un problema che come tale deve essere assunto politicamente dalle massime espressioni di governo. Altrimenti non ci sarà alcuna inversione di tendenza. Ai governi abbiamo sempre contestato il limite di non considerare la questione dei condizionamenti mafiosi alle imprese come una delle grandi questioni del mezzogiorno e dell’intero Paese e di non aver investito politicamente sul modello dell’associazionismo antiracket. Chiunque voglia misurarsi in termini di discontinuità col passato deve saper affrontare questi due aspetti.

Prima di qualunque altra iniziativa è necessario realizzare una sinergia associazioni/istituzioni per individuare rispetto alla diffusione dei fenomeni le situazioni dove investire per incoraggiare le denunce e dove far nascere nuove associazioni costituite da operatori economici.

Vi è un ricco patrimonio di esperienze e di proposte a cui attingere, sia a livello associativo che istituzionale, maturato in quasi due decenni di vita del movimento antiracket: a titolo esemplificativo, serve richiamare tutta l’elaborazione sulla convenienza a denunciare che è stata al centro della prima campagna d’informazione (2000-01) e della Prima Conferenza nazionale.

Serve indicare un percorso le cui tappe siano periodicamente verificabili. Un primo momento di verifica potrebbe essere la Seconda Conferenza nazionale in continuità con quella svoltasi a gennaio del 2001 alla presenza del Capo dello Stato.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 3

E poi serve, soprattutto, un allargamento dell’area sociale d’intervento. E’ opportuno citare l’intervento del Presidente onorario della FAI agli Stati Generali dell’antimafia (novembre 2007) alla presenza del Presidente Prodi:

"Il problema è molto semplice: a chi ha vissuto da sempre nel condizionamento mafioso che alternativa si propone? E, soprattutto, chi deve indicare una diversa possibilità? Può essere questo un compito delle sole associazioni antiracket? O non deve essere questa una questione che si intestano le massime cariche di governo di questo Paese? Non può essere una questione settoriale, magari da delegare al ministero dell’Interno, ma dell’intero Governo, a partire dai dicasteri economici.

Basta poco, non ci vogliono fondi da cercare nella Finanziaria. Gli imprenditori hanno bisogno di sentirsi con le spalle coperte, devono avvertire che il proprio dramma è nei pensieri di chi governa. Perché non si chiamano a Palazzo Chigi le grandi associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, per assumersi ognuno una responsabilità?"

3.

Il secondo obiettivo strategico deve essere quello di riuscire ad attrarre investimenti esterni nelle regioni con forte presenza mafiosa.

Più di un anno fa sono stati resi noti i risultati di una ricerca condotta da un economista dell’Università di Catanzaro (prof. Vittorio Daniele, "Corriereconomia" del 21.11.05). La ricerca prova a dare una risposta ad un interrogativo: "Perché le imprese estere non investono al Sud?". Mentre tra il 2000 e il 2003 le regioni del Nord-Ovest hanno attratto il 67% degli "investimenti esteri diretti" in entrata in Italia, le otto regioni del Sud hanno beneficiato di una quota pari circa all’1% dei flussi totali. Analizzando gli "svantaggi competitivi", rileva che il tasso di criminalità e, quindi, l’assenza di sicurezza, neutralizzano fattori altrimenti positivi agli occhi degli imprenditori.

Che fare, allora? Si può realisticamente pensare che sia sufficiente la fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti? Veramente si può pensare che questa possa compensare il rischio per l’imprenditore del confronto con la mafia?

La storia delle poche imprese che hanno investito al Sud, purtroppo, ci offre numerosi esempi di come queste aziende stabiliscano relazioni di convivenza con la mafia, accettandone o subendone le richieste. Se chi investe lo fa in una logica di acquiescenza alla mafia, può offrire occupazione (sempre che le assunzioni non siano decise dai boss), produrre una certa ricchezza, ma sicuramente non sviluppo locale; anzi, diverrà un elemento di freno perché finirà per favorire il rafforzamento della mafia e per indebolire quelle imprese che, invece, vogliono lavorare senza convivere

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 4

con le mafie. Si immagini, sotto il profilo della legittimazione della mafia, cosa significa il condizionamento di una grande impresa in termini di prestigio sociale; oppure quanto sarà più difficile per una piccola impresa non acconsentire alle pretese mafiose a fronte della disponibilità di un’altra impresa ben più grande e con molte più opportunità di difesa; oppure al credibile potere mafioso nel favorire assunzioni di personale e/o imprese "amiche" per forniture o servizi.

Per fortuna nel mondo imprenditoriale esiste un altro punto di vista che, per quanto minoritario, costituisce un’importante base di partenza che deve/può essere intercettato con il presente progetto.

Nell’investitore esterno alla realtà sociale meridionale vi è, in primo luogo, il timore di un condizionamento criminale in una prospettiva "crescente" ben oltre l’imposizione estortiva del pizzo. Ad esempio, chi vuole realizzare un centro commerciale deve affrontare il problema che riguarda i lavori di costruzione della struttura: quali imprese edili scegliere? Se già nella primissima fase ci si orienta verso una delle tante imprese della mafia o ad essa collegate, si offre all’organizzazione criminale un passe-partout per tutte le successive fasi produttive sino a mettere in discussione l’immagine dell’azienda con il condizionamento, a seguito dei successivi cedimenti, della scelta dei prodotti da commercializzare e del personale da impiegare. Se un’impresa avvia le proprie attività a Napoli o a Palermo accettando da subito le regole della convivenza mafiosa, sarà difficile mettere al riparo, in un momento successivo, la qualità complessiva dell’investimento. Tutto questo senza mettere in conto la lievitazione dei costi rispetto a quelli di mercato e la stessa affidabilità tecnica delle opere realizzate.

4.

La lotta al racket e all’usura ha bisogno di nuovi contenuti. Da questo punto di vista è indispensabile compiere un decisivo salto di qualità. Bisogna ormai uscire da una visione di corto respiro. Bisogna saper guardare in faccia la realtà, trovare il coraggio per una lettura critica e autocritica di quasi venti anni di movimento antiracket. Dopo tanto tempo e tanto impegno non ci si può più accontentare.

E’ su questa nuova frontiera che la FAI ritiene di impegnare le proprie energie nei prossimi anni per promuovere la più ampia mobilitazione attorno ad una concreta piattaforma di proposte da sottoporre al confronto politico, istituzionale e parlamentare; da discutere con il mondo delle associazioni di categoria e con quello delle banche; ma, soprattutto, da porre all’attenzione dei colleghi operatori economici.

I punti più importanti di questa piattaforma della FAI sono i seguenti:

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 5

1. Previsione per legge dell’obbligo della denuncia dei fatti di estorsione con conseguenti sanzioni nei casi di acquiescenza;

2. Realizzazione del progetto di assistenza alle imprese "esterne"al Mezzogiorno che decidono di investire in territori a rischio mafia;

3. Richiamo alla responsabilità degli istituti di credito nelle segnalazioni sospette d’usura;

4. Costruzione di un’articolata strategia del consumo critico antiracket;

5. Potenziamento del ruolo del Commissario antiracket e antiusura e sua trasformazione in una Authority.

5.

I rapporti tra movimento antiracket e antiusura e le istituzioni centrali (Ministero dell’Interno e Commissario antiracket), per giudizio unanime, hanno bisogno di essere disciplinati per evitare che si riducano o a relazioni frammentarie e occasionali o a luogo di sterili polemiche.

La cordialità e la disponibilità reciproca non possono certamente esaurire le ragioni di un rapporto che, invece, deve alimentarsi di un confronto costante e, soprattutto, strategico.

Possono darsi due modi di confrontarsi, entrambi positivi e costruttivi; certo, l’uno è legato ad una visione dei problemi diversa dall’altro.

Un primo modo è la concertazione: restando ferma la distinzione dei ruoli e la rispettiva libertà di giudizio, la costruzione di un tavolo di concertazione tra associazioni e istituzioni centrali è volta a definire un comune disegno strategico, all’individuazioni delle grandi linee d’intervento per rendere più efficace l’azione di contrasto. Tutto questo presuppone l’idea che la realizzazione di strette sinergie aiuta l’azione di ognuno, dell’associazionismo nel confronto con gli operatori economici e le vittime e delle istituzioni nel terreno che è ad esse proprio. Dentro un orizzonte strategico condiviso trova poi possibilità il confronto sui singoli temi secondo un’agenda definita di comune accordo.

L’altro modo è il semplice confronto: di volta in volta, quando una parte lo ritiene necessario, sollecita su una specifica questione il giudizio dell’altra parte. Ovviamente, questo metodo comunque costruttivo non può diventare un modo per ratificare decisioni prese in altra sede; né, sulla base di inoppugnabili esigenze d’urgenza (sigh!), si può mettere una delle parti innanzi al fatto compiuto. Ad esempio, ha suscitato notevoli perplessità la concessione dei finanziamenti del Fondo

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 6

di prevenzione (art.15 legge 108) senza alcuna preliminare discussione sui criteri alla base della distribuzione, questione pur sollecitata dalla FAI.

6.

Rendere obbligatoria la denuncia.

La FAI è giunta a questa proposta alla luce di una valutazione di due dati di fatto: il primo riguarda la concreta esperienza del movimento antiracket, i suoi punti di forza, i suoi limiti e le sue insufficienze; il secondo, le conseguenze "generali", per le relazioni economiche e per gli imprenditori che denunciano, di comportamenti acquiescenti.

In tutti questi anni, dalla denuncia di Libero Grassi e dalla prima associazione antiracket (l’ACIO di Capo d’Orlando) al movimento antiracket e alla FAI, il modello dell’associazionismo antiracket ha dimostrato "sul campo" d’essere la risposta più efficace nel contrasto al racket. Laddove l’esperienza ha avuto un effettivo radicamento territoriale si è riusciti a ridimensionare sensibilmente le attività estorsive e il controllo mafioso del territorio. Ma, soprattutto, quando la denuncia dell’operatore economico è stata nelle forme collettive o nell’ambito della copertura dell’associazione non vi è stato alcun atto di rappresaglia o di violenza alle persone o ai beni.

Quindi, per la prima volta, si è dimostrato possibile la convivenza della libertà dell’imprenditore (attraverso la denuncia) con la sua sicurezza personale. E’ questo un dato di non poco conto !

Però, e iniziamo a parlare di alcuni dei limiti dell’associazionismo, ancora oggi, anche se negli ultimi anni vi è stata la straordinaria esperienza napoletana con la costante impennata del numero delle denunce, il movimento resta confinato in una dimensione d’avanguardia.

Sotto il profilo territoriale permangono intere aree impermeabili all’esperienza della denuncia, mentre sotto il profilo sociale l’esperienza è stata limitata a aziende di piccole e medie dimensioni, non è stata segnalata un’attività in tal senso del mondo della grande impresa italiana.

Anche le stesse iniziative delle grandi associazione di massa delle categorie economiche, a parte qualche eccezione, non si sono segnalate per un incisivo intervento volto a favorire e a organizzare la resistenza dei propri associati.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 7

Influisce anche la modificazione delle stesse dinamiche estorsive volte a rendere meno opprimente la richiesta di pizzo, privilegiando altre forme di condizionamento mafioso (forniture e servizi) e, soprattutto, diventando fattore di legittimazione ad operare sul mercato.

E’ per queste ragioni che come da molti anni diciamo soprattutto in alcune aree, si è cristallizzata una vera e propria convenienza nelle ragioni di convivenza. Un fenomeno che, purtroppo, va ben oltre quello più circoscritto e meglio definito della borghesia mafiosa, e che coinvolge la stragrande maggioranza degli operatori economici che, anche se indirettamente trovano una convenienza, rende difficile la rottura di un equilibrio sociale.

Serve a tal fine rilanciare la riflessione su come invertire le attuali relazioni di convenienza, su come far diventare più conveniente la prospettiva della libertà d’impresa rispetto a quella condizionata dalla mafia.

Su questo terreno l’unica esperienza è quella svolta nell’ambito del Comune di Napoli e poi estesa ai protocolli di legalità della Prefettura di quella città. La "clausola Sirena", che per la prima volta ha consentito di rendere in qualche modo sanzionabile l’acquiescenza delle imprese impegnate nei lavori pubblici, costituisce un importante punto di partenza.

Una fondamentale acquisizione concettuale di questi anni è quella di non accettare più i comportamenti acquiescenti e di ritenerli pregiudizievoli sia per gli altri imprenditori non-acquiescenti sia per le stesse possibilità di sviluppo economico. Insomma, accettare le regole mafiose del mercato non è solo un affare del singolo imprenditore, ha conseguenze negative per tutti.

Si consideri, inoltre, contro ogni alibi, che oggi i tempi sono notevolmente cambiati rispetto al 1991 quando venne ucciso Libero Grassi: c’è la concreta esperienza dell’associazionismo antiracket e c’è una diversa sensibilità e professionalità delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

Per questo serve una risposta drastica, netta e precisa. Non si può più assistere, indifferenti, alle migliaia e migliaia di operatori economici che con i loro comportamenti alimentano i fenomeni mafiosi.

Né si può assistere, disarmati, a questo costante diminuire del dato delle denunce; né ci si può accontentare di qualche isolato positivo risultato (Napoli, Gela, Lametia Terme) comunque inadeguato rispetto alla diffusione dei fenomeni in quelle stesse realtà.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 8

E’ venuto il tempo di stabilire con legge l’obbligo della denuncia con la contestuale previsione di sanzioni.

Sulla migliore soluzione è necessario aprire un ampio e pubblico dibattito che coinvolga sia i legislatori che i rappresentanti del mondo imprenditoriale. Tra le ipotesi, iniziamo a indicare alcune possibilità.

Intanto, non è opportuno prevedere l’introduzione di una sanzione penale. La non denuncia deve essere ricondotta ad una procedura amministrativa che preveda una sanzione in quanto fatto illecito. Una volta ricevuta dall’autorità preposta la segnalazione di un caso di omessa denuncia, il Prefetto, con le garanzie di legge, irrogherà una sanzione amministrativa. Il modello è quello tipico degli illeciti non penalmente sanzionati (ad esempio, si può applicare la procedura prevista in materia di sostanze stupefacenti: nel caso di possesso di modico quantitativo di sostanza stupefacente gli organi di polizia trasmettono l’informazione al Prefetto; il Prefetto a seguito di colloquio con l’interessato decide quale sanzione applicare; nell’ipotesi di prima segnalazione e se nel colloquio ricorrono certe condizioni il procedimento può concludersi con un invito formale a non fare più uso di tali sostanze).

La sanzione, commisurata alla gravità dell’omessa denuncia e allo stato soggettivo dell’operatore economico, potrà consistere nello stabilire l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione (esempio: esclusione dalla partecipazione alle gare d’appalto o alla fornitura a enti pubblici) oppure la sospensione, per un periodo prestabilito, del titolo giuridico che consente l’attività economica esercitata (sul modello della violazione accertata in caso di non emissione di scontrini fiscali).

7.

Il tutor antiracket

Cosa si può fare per abbattere quella invisibile barriera doganale, con dazi materiali e immateriali, che come nel medioevo divide di fatto una parte dell’Italia dall’altra?

Semplicemente bisogna assicurare, con credibilità e autorevolezza, agli imprenditori "esterni" la possibilità di investire nel Sud indipendentemente dalla prospettiva di convivenza con la mafia.

In questa direzione la FAI ha presentato, lo scorso 7 novembre 2006, al Ministero dell’Interno una proposta d’intervento che ha riscosso significativi consensi sia istituzionali che d’opinione pubblica e che, per iniziativa del viceministro, è collocata sulla dirittura d’arrivo segnando una significativa novità nello stesso modo di fare antimafia.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 9

Quali sono i problemi che si pongono ad un’impresa esterna ed è possibile dare ad essi una risposta di salvaguardia della sicurezza aziendale? In primo luogo, c’è bisogno di informazioni che agevolino la migliore scelta dei partners locali, al riparo dal rischio di coinvolgimento di imprese mafiose. In secondo luogo, bisogna favorire comportamenti di resistenza rispetto alle richieste estorsive e alle altre forme di condizionamento: è indispensabile poter interloquire con le forze dell’ordine attraverso rapporti diretti e immediati con funzionari e ufficiali. C’è, poi, il problema di stabilire relazioni con la comunità locale per avere quel forte sostegno sociale secondo quanto già sperimentato con le associazioni antiracket.

In concreto, allora: come assicurare investimenti esterni al di fuori della convivenza con la mafia? Come garantire alle imprese esterne un credibile tasso di sicurezza?

La FAI costituisce al suo interno un’apposita struttura di intervento e di servizio per quelle imprese interessate ad investire in alcune aree. Ovviamente fa fede la concreta esperienza dell’associazionismo antiracket in quelle realtà. La FAI può svolgere la sua attività avvalendosi di rapporti codificati con il Ministero dell’Interno. Nelle aree su cui si inizierà a intervenire sperimentalmente bisogna individuare le forme più opportune per il coinvolgimento dei Prefetti in quanto responsabili dei Comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica e prevedere la convocazione di apposite Conferenze di servizi.

Si deve pensare ad un progetto-contratto di sicurezza personalizzato sottoscritto dall’impresa e dal soggetto proponente (FAI). Dal lato dei proponenti esso deve prevedere:

 

  1. - l’attivazione di un sistema di tutoraggio per i problemi di sicurezza: l’impresa è accompagnata e assistita in ogni fase dell’investimento e dell’attività, anche precedentemente all’avvio concreto dell’investimento (studio delle situazioni ambientali sotto il profilo del rischio criminale, consulenza nella scelta dei partners locali, sostegno nello stabilirsi delle migliori relazioni con le istituzioni e la comunità locale, ecc.);

     

     

  2. - l’individuazione in sede di Comitato provinciale di un funzionario di riferimento e la corrispondente struttura di polizia;

     

     

  3. - l’eventuale predisposizione di sistemi di vigilanza sull’impresa e la possibilità di usufruire di eventuali finanziamenti;

     

     

  4. - lo svolgimento di periodici momenti di verifica.

     

Dal lato dell’impresa, invece, si richiede:

 

  1. - assoluta lealtà dei comportamenti e l’obbligo di segnalare immediatamente eventuali episodi di avvicinamento criminale: in questo senso la finalità del contratto è di incoraggiare una condotta di fiducia nelle istituzioni;

     

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 10

 

  1. - l’applicazione del principio della "clausola Sirena" nei confronti dei propri subappaltatori ovvero l’estinzione della concessione per le imprese che si rendono acquiescenti, con la previsione del risarcimento dei danni indicato espressamente nel contratto di esecuzione dei lavori.

     

La FAI si assume la responsabilità operativa per:

 

  1. - promuovere una apposita campagna d’informazione selettiva nel mondo imprenditoriale nazionale e internazionale;

     

     

  2. - definire con le associazioni datoriali, a partire dalle associazioni degli industriali, intese volte alla pubblicità dell’iniziativa e al loro migliore coinvolgimento sia a livello del territorio di provenienza dell’impresa che a livello del luogo di realizzazione dell’investimento;

     

     

  3. - coinvolgere gli enti locali e altre istituzioni (ad esempio le Camere di Commercio) nella realizzazione del progetto.

     

Nella prima fase del progetto (due-tre anni) bisogna prevedere interventi sperimentali. A tal fine è opportuno limitare a ristrette aree geografiche l’applicazione del progetto. I criteri di individuazione di queste aree dipendono:

 

  1. - dalla qualità d’intervento delle associazioni antiracket e dalla concreta esperienza nelle iniziative di contrasto;

     

     

  2. - da valutazioni sulle potenzialità economiche delle aree interessate e dalla loro capacità di attrazione sotto il profilo economico;

     

     

  3. - dal livello di disponibilità degli enti locali.

     

Sulla base di tali criteri è apparso opportuno indicare le seguenti aree: Napoli, Lametia Terme, Gela.

8.

Banche e usura

Dieci anni fa ai tempi dell’approvazione della legge 108 si realizzò un momento magico: crebbe la consapevolezza dei pericoli dell’usura e vi fu un grande incremento nel numero delle denunce (quasi 4.000 nel 1993-94). Oggi il fenomeno è grave quasi come 10 anni fa e in più è diminuita la speranza: il calo delle denunce ne è la manifestazione più clamorosa. Le vittime hanno meno speranze di potercela fare.

In questi dieci anni è mancato nella lotta all’usura il soggetto decisivo: le banche. Questa battaglia non può appartenere solo all’associazionismo. Il governo deve impegnare la sua autorevolezza per portare le banche ad un tavolo per discutere concretamente, al di là di protocolli che spesso diventano alibi e coperture. L’articolo

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 11

41 della Costituzione che parla dell’utilità sociale delle imprese deve valere anche per le banche.

La questione si ripropone anche nel caso del contrasto al riciclaggio. C’è una inadeguatezza strutturale: non è solo un problema di norme, la questione centrale riguarda il livello di consapevolezza degli effetti. Di conseguenza la lotta al riciclaggio dovrebbe appartenere all’impegno degli stessi operatori economici e delle loro associazioni di categoria. Deve appartenere agli operatori del credito, bancari e banchieri: bisogna convincersi che se entra in una banca il denaro sporco tenderà inevitabilmente a infettare il rimanente denaro pulito. L’orizzonte dell’antiriciclaggio deve appartenere alla "normalità"del lavoro del funzionario di banca.

Il buon funzionario d’agenzia deve saper fare bene due cose:

 

    1. 1. distinguere il denaro buono da quello cattivo: un direttore d’agenzia riconosce sempre un cliente usuraio così come individua il cliente usurato;

       

       

    2. 2. essere coerente: se il denaro puzza bisogna avere il coraggio di perdere dei clienti, di rinunciare al cliente cattivo, e comunque procedere nella segnalazione delle operazioni sospette. essere coerente: se il denaro puzza bisogna avere il coraggio di perdere dei clienti, di e comunque procedere nella segnalazione delle operazioni sospette.

       

Il decalogo della Banca d’Italia indica gli indici di anomalia secondo cui un’attività creditizia diventa sospetta; però, alla fine le uniche segnalazioni riguardano quelle "stupide" fatte in automatico di chi supera la soglia dei 12.500 euro: ma davvero si può pensare che i mafiosi o gli usurai siano così stupidi… La legge non richiede solo la virtù dell’aritmetica, ma una capacità di saper valutare il merito dell’attività creditizia di un cliente. E questo tipo di segnalazioni non è sicuramente frequente.

In una recente audizione parlamentare (Commissione Giustizia del Senato, 27 marzo 2007) il Vice direttore generale della Banca d’Italia ha fornito alcuni dati sulle segnalazioni di operazioni sospette di usura. Sulla base degli indici di anomalia finalizzati all’individuazione dei fenomeni dell’usura sono pervenute all’Ufficio italiano cambi 1.139 segnalazioni nel quinquennio 2001/2006 e 497 segnalazioni relative a ipotesi di abusivo esercizio di attività finanziaria.

Il numero modesto delle segnalazioni (poco più di duecento l’anno su tutto il territorio nazionale) sicuramente costituisce un problema. Come abbiamo appena detto, ma vale la pena ripetersi, un funzionario di banca di medie capacità ha sempre cognizione di clienti che esercitano l’usura utilizzando i conti e gli altri servizi messi a disposizione dalla banca: perché non vengono sempre e senza eccezione segnalati alle autorità preposte non facendo altro che applicare una legge della Repubblica?

E’ su questo fronte che occorrerà misurare le effettive volontà politiche, sottoponendo a verifica costante i dati che perverranno dai singoli istituti di credito;

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 12

e, solo nella misura in cui ciò sarà possibile, ha senso pensare a rinnovare il vecchio protocollo d’intesa. La FAI non è disponibile alla sottoscrizione di protocolli che alla fine rischiano di restare come generiche enunciazioni e, cosa assai più grave, diventano alibi per comode coperture.

. La FAI non è disponibile alla sottoscrizione di protocolli che alla fine rischiano di restare come generiche enunciazioni e, cosa assai più grave, diventano alibi per comode coperture.

. La FAI non è disponibile alla sottoscrizione di protocolli che alla fine rischiano di restare come generiche enunciazioni e, cosa assai più grave, diventano alibi per comode coperture.

Un altro fronte d’impegno è quello che riguarda la trasparenza e il controllo delle varie attività delle finanziarie e dei mediatori creditizi. Troppo numerose sono le zone d’ombra all’interno delle quali, a partire dalla pubblicità ingannevole e da semplici truffe, si insinuano rischi d’usura.

E’ necessario chiamare ad un maggior impegno tutte le istituzioni di controllo. Un esempio di iniziativa positiva è quello del Sindaco del Comune di Roma che sulle problematiche dei mediatori creditizi ha presentato il 12 ottobre 2002 un esposto alle autorità competenti (ved. Terza relazione del consulente antiusura del Comune di Roma, 30 ottobre 2002).

9.

La strategia del consumo critico

Quello del consumo critico può costituire un nuovo orizzonte su cui impegnare il movimento antiracket e attorno a cui far crescere la resistenza degli imprenditori e le denunce. L’esperienza degli "attacchini" palermitani di Addiopizzo rappresenta senza alcun dubbio la più importante novità degli ultimi anni.

Dopo l’affissione sulle vetrine dei negozi palermitani di un adesivo con la scritta: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità", quella che poteva apparire come una geniale provocazione è diventata una delle più interessanti proposte di contrasto al racket degli ultimi anni attraverso l’avvio della campagna di consumo critico "Contro il pizzo cambia i consumi". Dapprima si sono raccolte le adesioni di oltre settemila cittadini-consumatori che hanno dichiarato pubblicamente, con il proprio nome e cognome sugli organi d’informazione, la disponibilità ad acquistare presso quegli esercizi commerciali che non pagano il pizzo; successivamente, e si tratta di un successo senza precedenti, ben duecento operatori economici si sono "dichiarati" in un elenco pubblicato e diffuso. FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 13

E’ la prima volta che il tema del racket interessa la sensibilità di settori della società civile, allargando significativamente la base sociale del movimento antiracket al di là degli operatori economici. Ciò è decisivo per creare un clima più favorevole alle denunce dei commercianti: con la scelta del consumo critico gli "attacchini" si insinuano nei meccanismi di convenienza economica. Con la pronuncia pubblica, col "dichiararsi" consumatori antiracket, la società civile compie un salto di qualità

rispetto a certi riti dell’antimafia e si colloca su quel terreno dell’assunzione personale di responsabilità; è un’altra forma dell’organizzazione del coraggio. Con questa esperienza si è aperta una possibilità del tutto nuova in una città difficile come Palermo e non solo.

L'esperienza degli attacchini pone la questione del pizzo per la prima volta dal punto di vista dei consumatori. La pone mettendo in guardia tutti noi: il pizzo non è solo un problema che riguarda l'imprenditore e il suo estortore, ma ha conseguenze su tutto il tessuto economico e sociale. Questa esperienza ci offre un grande strumento per introdurci nelle dinamiche tra le imprese ed orientare il consumo verso quelle non acquiescenti. E’ un movimento attraverso il quale possiamo sperare di mettere in crisi il livello di accettazione e di giustificazione degli operatori economici. Questa è una straordinaria prospettiva.

Non può che produrre una forte emozione il confronto di quanto si è oggi realizzato a Palermo con quei terribili giorni dell’omicidio dell’industriale Libero Grassi nell’agosto del 1991. Oggi è ancora più chiaro il peso che la solitudine e l’isolamento hanno avuto nel determinare un clima "favorevole" a quell’omicidio: se quella coraggiosa denuncia fosse avvenuta nel nuovo clima di consenso sociale, molto probabilmente, non avremmo pianto quella sconfitta.

Alcune associazioni sono già impegnate su questo nuovo fronte. La FAI ha deciso di aprire una sede regionale a Palermo condividendola con i giovani di Addiopizzo; a Napoli il Coordinamento delle associazioni è impegnato con i ragazzi di "Contracamorra"; l’ASAEC di Catania è diventata importante interlocutore di un’analoga esperienza.

Bisogna impegnarsi a promuovere campagne mirate all’obiettivo del consumo critico prevedendo una prossima giornata nazionale del Pizzo-free.

10.

Il Commissario deve diventare un’Authority

La legge 44 del 1999 ha sicuramente segnato un decisivo passo avanti nel rafforzamento del ruolo dell’ufficio del "Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura". Per la prima volta, giova ripeterlo, tale ruolo esce dall’eccezionalità delle funzioni "straordinarie", diventa struttura permanente dell’ordinamento italiano, ha una sua durata stabilita per legge (quattro anni), deve essere nominato secondo precisi criteri stabiliti all’articolo 19.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 14

Non solo: l’indicazione di una durata temporale introduce l’importantissimo principio dell’indipendenza politica dell’ufficio, non legato alle oscillazioni delle maggioranze politiche.

Anche alla luce della concreta esperienza applicativa, non sempre coerente ai principi ispiratori della legislazione, è necessario far compiere un ulteriore passo avanti verso la definitiva configurazione di Authority. La FAI già nell’Assemblea nazionale svoltasi a Napoli il 20 e il 21 ottobre 2005 ha presentato una precisa proposta in tale direzione. La FAI ritiene un’importante punto di partenza la posizione assunta dal centrosinistra nella passata legislatura che in un suo fondamentale documento (Relazione di minoranza alla Commissione parlamentare antimafia, doc.XXIII, n.16-bis, 20 gennaio 2006) così si esprime: "Fare di questo Istituto [il Commissario] una "Authority" indipendente, fortemente collegata al territorio, alle associazioni antiracket, alle vittime, nominata dalla Presidenza del Consiglio, ma che risponde al Parlamento".

Non a caso, nello stesso documento, si richiama la "necessità di consentire al commissario antiracket di poter sviluppare il suo lavoro in autonomia, senza dipendere, ma coordinandosi con il Ministero dell’Interno". E, ancora non a caso, si esprime un apprezzamento non positivo per la nomina nell’incarico di Commissario di Prefetti di carriera che "al di là della qualità delle persone, ha legato fortemente quell’incarico alle logiche gerarchiche interne al Viminale depotenziandone l’autonomia e l’iniziativa" [sottolineatura nostra].

La FAI ritiene che, in coerenza agli intenti programmatici, il nuovo Governo debba farsi promotore di un Disegno di legge che recepisca le indicazioni elaborate quando l’attuale maggioranza era opposizione e le proposte del movimento.

Un altro necessario segnale politico è semplicemente quello di rispettare la legge quando prescrive la durata dell’incarico di Commissario in quattro anni. Finora questo principio, non solo in contrasto con la legge ma anche con i principi del buon senso, è stato sistematicamente violato: ci auguriamo che il nuovo Governo su questo punto possa rappresentare una novità.

E’ il caso a questo punto di dire una parola definitiva sull’ipotesi della costituzione dei mini-pool nel momento in cui si è avuta, finalmente, conoscenza della bozza di decreto istitutivo. La FAI esprime la propria netta contrarietà.

L’Ufficio di Presidenza della FAI nella seduta dell’11 gennaio 2007 ha approvato un Documento che è stato trasmesso, in data 18 gennaio e in via riservata, solo al Ministro dell’Interno, al Sottosegretario con delega e al Commissario antiracket. Successivamente è stato discusso nel corso di un incontro, svoltosi al Ministero il 26 gennaio, tra una delegazione della FAI e il Sottosegretario e il Commissario.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 15

Vale la pena riportare qualche passaggio di quel documento.

A gennaio, pur senza avere conoscenza del testo della bozza del Decreto, la FAI così si esprimeva:

"A tal fine occorre molta cautela a proposito dell’annunciata costituzione di pool presso le prefetture per gestire il rapporto con gli utenti: bisogna distinguere bene i confini e i limiti dell’attività di ognuno, sia associazione sia istituzione; le prefetture, ad esempio, farebbero bene a occuparsi con più tempestività dell’istruttoria delle domande di accesso al fondo, istituendo, nel caso in cui non lo avessero ancora fatto, i nuclei di valutazione (non può non preoccupare il ritardo generalizzato nelle istruttorie che costituisce un serio problema di cui non può non farsi carico il Commissario e il Ministro, garanti nella procedura); le associazioni sono chiamate, tanto dalle norme quanto da una consolidata pratica, a relazionarsi con gli utenti per offrire quell’aiuto necessario a favorire le denunce e il reinserimento, ad intervenire per assicurare solidarietà e assistenza e, eventualmente, d’intesa con le istituzioni, adeguate forme di tutela per la sicurezza."

E, nel criticare la recente campagna d’informazione, la FAI richiamava in quello stesso documento di gennaio la necessità di attenersi sempre all’abc della lotta al racket e all’usura su cui si è costruita una storia quasi ventennale:

"Una campagna d’informazione deve avere un obiettivo, deve indicare strumenti idonei a quell’obiettivo, deve assicurare il funzionamento di questi strumenti. Non è possibile neanche lontanamente immaginare una campagna senza il coinvolgimento dell’associazionismo: è la natura stessa del contrasto ai fenomeni di racket e usura che obbliga al coinvolgimento delle associazioni; ci sono dietro questi fenomeni dati che non possono essere ricondotti ad una struttura pubblica; questo è "l’abc" per chi è impegnato su questi fronti."

11.

Lo scorso 17 novembre, intervenendo agli Stati generali dell’antimafia promossi da Libera, il presidente onorario della FAI ha avanzato una severa critica nei confronti dell’attuale Governo e della sua maggioranza :

"In un quarto dell’Italia la libertà d’impresa è solo una simpatica espressione lessicale, niente di più. […]

Di fronte a questa descrizione è del tutto inadeguata la consapevolezza politica. Delle due l’una: o è falsa questa fotografia o allora qualcosa non funziona anche nel centrosinistra. Come si fa a non capire che la questione della libertà delle imprese meridionali dalle mafie è una grande questione nazionale e come tale ha bisogno di

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 16

essere affrontata? A freddo, in maniera programmatica, senza inseguire il succedersi dei clamori della cronaca.

Ancora oggi, su questo terreno non si riesce a cogliere un netto e decisivo segnale di discontinuità da parte del nuovo governo. Lo aspettiamo con ansia e, soprattutto, con rapidità. La posta in gioco è una soluzione alla questione meridionale, è la prospettiva di uno sviluppo indipendente dalla convivenza con la mafia."

L’intervento è proseguito con un forte richiamo alle responsabilità di governo:

"Non c’è molto tempo per recuperare. La speranza è una merce delicatissima, se non ben alimentata si consuma e si trasforma in frustrazione.

Chi oggi governa questo Paese ha una grande responsabilità. Su questo terreno non si rischia solo qualche voto in meno, si distrugge quella possibilità di libertà che porta tanti di noi a mettere in gioco la propria vita e che ha portato tanti a sacrificarla: anche per questo non possiamo accontentarci del meno peggio. […]

A chi governa voglio dire: non fateci più sentire soli, aiutateci a vincere la delusione di questi primi mesi. Cosa devo domani dire agli imprenditori che devo convincere a denunciare? La strada è in ripida salita: le denunce sono in calo e ciò è il sintomo di un debole rapporto di fiducia con le istituzioni. Chi denuncia, proprio perché costituisce un’eccezione è inevitabilmente più esposto. Ciononostante c’è una spinta positiva nella società civile, è un momento favorevole alla crescita del movimento. Il nuovo governo deve riuscire ad intercettare questa spinta e a favorirne la crescita. E’ una responsabilità storica."

Sono passati più di sei mesi da quell’importante assise promossa da Libera. E, purtroppo, quei forti segnali richiesti dall’associazionismo non si sono ancora fatti vedere.

12.

Per quanto riguarda più specificamente i temi della lotta al racket e all’usura qualche segnale di novità si è registrato. La visita del Ministro dell’Interno a Gela costituisce un importante fatto positivo. Gli incontri del 22 marzo sono stati di indubbio aiuto ai colleghi dell’associazione antiracket di Gela, hanno fatto percepire il valore nazionale di quell’esperienza e hanno manifestato un copertura istituzionale dai massimi livelli. Le parole in quella sede pronunciate dal Ministro sono state chiare e incisive.

Nel "Comitato di solidarietà" si è ripristinata la prassi delle votazioni unanimi (come, del resto, era sempre stato a parte una parentesi).

Però. Però, tutto ciò non basta e non può bastare.

Però, tutto ciò non basta e non può bastare.

Però, tutto ciò non basta e non può bastare.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 17

Le associazioni svolgono la propria attività spesso in situazioni di crescenti difficoltà.

A un anno dall’avvio del nuovo Governo la percezione che hanno le associazioni e la FAI non è positiva. Nel Paese, sui territori dove si agisce, si avverte, ed è il dato più allarmante, una minore considerazione per il movimento antiracket e per le problematiche della lotta al racket e all’usura. L’associazionismo, che si è rivelato essere lo strumento più efficace nell’azione di contrasto, non viene ritenuto centrale quando si affrontano i temi della lotta alla mafia. Eppure, negli ultimi cinque anni (dall’esperienza napoletana, dalla nascita dell’associazione di Gela e del movimento di "Addiopizzo") si è registrata una spinta autonoma della società civile alla crescita del movimento.

Lo stesso modello sperimentato dal movimento negli ultimi cinque anni, quello di agire in determinate "enclave" territoriali (Napoli, Gela, Palermo, Lametia), non è più al riparo da una situazione di difficoltà complessiva.

Questo è il dato di situazione come la FAI lo percepisce. Questo dato richiede una rapida risposta politica. A rischio sono i risultati di anni e anni di esperienza antiracket. A rischio è lo stesso valore del modello associazionistico. Serve, subito, una strategia politica capace di invertire una tendenza e che agisca nella consapevolezza di rimediare i danni di scelte politiche.

13.

Perché, non c’è dubbio, una delle ragioni fondamentali delle difficoltà risiede negli effetti negativi della delegittimazione del movimento conseguenti al modo in cui si è proceduti alla nomina del nuovo Commissario (7 luglio 2006) dopo che per quattro anni e mezzo l’allora opposizione del centrosinistra aveva, su questo specifico punto, rivolto pesanti critiche al governo Berlusconi e contemporaneamente valorizzato il ruolo dell’associazionismo.

Ancora una volta è opportuno richiamare il documento riservato della FAI dell’11 gennaio 2007:

"I cordiali rapporti personali e politici con singole personalità istituzionali (sottosegretario con delega e Commissario) non ci devono far perdere di vista il punto di partenza dell’attuale fase politica avviata con la formazione del governo Prodi. Se il governo Berlusconi, illegittimamente, ha provveduto all’allontanamento dell’allora Commissario antiracket (ottobre 2001), il nuovo governo non si è caratterizzato per significative novità.

C’è un dato politico intollerabile per la FAI ed è la sistematica violazione della norma di legge: come tante volte abbiamo detto, l’articolo 19 della legge 44 del 1999

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’incontro del 7 giugno ore 19. 18

si esprime in maniera assolutamente chiara ed inequivoca nel momento in cui richiede alcuni requisiti per ricoprire l’incarico di Commissario che, secondo la lettera e lo spirito del legislatore, rimandano ad una scelta riconducibile al mondo associazionistico.

Il problema, però, non è tanto o solo la violazione di una norma di legge addebitabile sia al precedente governo di centrodestra che all’attuale di centrosinistra; è che la non applicazione di questi principi fa compiere un netto passo indietro alla concreta esperienza del movimento antiracket vanificando quelle innovazioni della legge 44 che, non bisogna mai dimenticarlo, furono il risultato di una lunga e intensa battaglia del movimento antiracket.

La posta in gioco non riguarda una singola persona, interessa l’intero movimento: le scelte dei due governi mettono in discussione la legittimità (affermata dalla legge!) dell’associazionismo antiracket e antiusura a ricoprire quell’importante incarico. Di questo si tratta e non di altro.

Al governo Berlusconi abbiamo contestato un preciso disegno di delegittimazione e di divisione del movimento antiracket che, poi per fortuna, è stato in parte bloccato, sia per la nostra reazione sia per i preziosi interlocutori che abbiamo avuto anche all’interno di quella maggioranza politica.

Negli anni della precedente legislatura da parte di tutte le componenti del centrosinistra abbiamo registrato segnali di attenzione per il movimento antiracket; non solo: la rottura del 2001, dai partiti dell’opposizione, è sempre stata contestata al governo Berlusconi come un grave indebolimento della lotta al racket e come un sintomo di inadeguatezza nell’iniziativa antimafia; ancora: appena alla vigilia delle ultime elezioni politiche, la relazione di minoranza sottoscritta da tutte le componenti politiche del centro sinistra poneva al centro il valore dell’applicazione dell’articolo 19. La scelta dell’attuale governo risulta aggravata proprio dalle precedenti posizioni politiche in netto contrasto con quanto poi l’attuale governo di centrosinistra ha deciso.

Nel documento del centrosinistra, sicuramente il più importante in tema di lotta alla mafia per la sua rilevanza parlamentare, presentato al termine della precedente legislatura (Relazione conclusiva di minoranza della Commissione Antimafia, pagg.71-78) viene difeso il valore del criterio ("aver avuto esperienze nell’azione di solidarietà alle vittime") indicato nell’articolo 19 della legge 44 che "è stato dal Governo [Berlusconi] sistematicamente ignorato nelle successive nomine all’incarico che era stato ricoperto […] da Tano Grasso". Più avanti, nella parte propositiva del documento, viene posta la necessità di "tornare allo spirito originario della legge", così proseguendo: "Non a caso nell’individuazione dei requisiti a svolgere questo delicatissimo incarico si richiedeva una forte esperienza nella lotta al racket ed all’usura ed in iniziative di solidarietà con le vittime. Questi requisiti sono essenziali perché le vittime individuino in quella figura ‘uno di loro’ che conosce i drammi, sa immedesimarsi nei problemi e di cui ‘ci si può fidare’". Come si vede parole chiare e importanti.

FAI Federazione delle associazioni Antiracket e antiusura Italiane. Documento approvato nella seduta del Consiglio direttivo del 28 maggio 2007 svoltasi a Catania nella sede dell’ASAEC. Modificato dall’Ufficio di Presidenza nella riunione svoltasi a Roma il 7 giugno ore 16,30. Consegnato al Signor Ministro dell’Interno nel corso dell’i

< indietro > torna su